«There is no separation of mind and emotions; emotions, thinking, and learning are all linked.»
— John Gottman, Raising an Emotionally Intelligent Child
Chiunque viva con un Pastore Olandese a pelo lungo sa che dietro quel mantello affascinante e quegli occhi magnetici si nasconde un cervello ad altissimo numero di giri ed una sensibilità a volte sorprendente in un cane generalmente così sicuro di sè

Luna aveva pochi mesi quando la lasciai sola a casa per un paio d’ore. Al rientro, ad accogliermi non ci fu solo lo scodinzolio di rito, ma una strana scia bianca sul pavimento. Seguendo le briciole, arrivai in soggiorno: una delle mie poltrone preferite e il pouf erano stati sventrati. La gommapiuma giaceva a fiocchi ovunque e, al centro di quella devastazione, Luna. Mi fissava con le orecchie dritte e lo sguardo fiero di chi ha appena salvato la famiglia da un’oscura minaccia imbottita. In quel momento, se non avessi contato fino a cento e non mi fossi autoconvinta del fatto che la poltrona era da cambiare, si sarebbe compiuto il grande classico recital della psicologia umana: la giornata faticosa alle spalle, il traffico, il lavoro accumulato e, BUUUM, ecco l’esplosione di rabbia. Sangue al cervello, voce stentorea e sarebbe partita la solenne filippica alla colpevole.

Siamo intimamente convinti, in quel momento di trance agonistica, di fare pedagogia. Ci illudiamo che il volume della voce e l’intensità della nostra rabbia rendano il messaggio più chiaro, come se il cane potesse collegare la nostra furia alla distruzione della poltrona avvenuta tre ore prima, provare rimorso morale e giurare a se stesso di non farlo mai più. La realtà è impietosa: stiamo solo sfogando il nostro stress.
Il rumore di fondo delle emozioni negative
La nostra rabbia – così come tutte la altre nostre emozioni – non aggiunge informazioni alla nostra comunicazione: l’affoga. Quando ci piazziamo davanti a un cane (o a un bambino 😅) con la postura rigida, gesticolando, con le vene del collo ingrossate e il viso paonazzo, il loro cervello entra istantaneamente in modalità di sopravvivenza. I cani sono lettori straordinari del nostro linguaggio non verbale e conseguentemente delle nostre emozioni (possono persino sentirne l’odore). Chi si occupa di cognizione animale sa bene che per loro le nostre espressioni facciali e il nostro tono di voce non sono dettagli trascurabili, ma informazioni primarie che i cani colgono al volo. Se a una situazione già complessa sovrapponiamo urla e tensione, scatta il contagio emotivo. L’amigdala del cane prende il sopravvento, la corteccia prefrontale si spegne e la capacità di apprendere si azzera. Il cane non sta capendo “cosa fare”, sta solo cercando di capire come gestire la scimmia bipede, spelacchiata e furiosa, che ha davanti.
Rabbia del proprietario ➔ Minaccia percepita dal cane ➔ Stato di allarme (Attacco/Fuga) ➔ Blocco dell'apprendimento
Il paradosso dell’estraneo o del perchè i nostri cani (o i nostri bambini) con gli estranei sono sempre più educati che con noi
È una scena che ferisce l’orgoglio di ogni proprietario. Arriva a casa un amico o un educatore cinofilo, il cane fa per saltargli addosso e l’estraneo, con la piattezza emotiva di un distributore automatico, dice un semplice, asettico: “No, seduto”. Magia. Il cane si siede, composto. La tentazione di pensare “Lo fa apposta per farmi fare brutta figura” è forte. Ma la spiegazione reale è un’altra: l’estraneo comunica in modo pulito. Non si porta dietro frustrazione, non ha aspettative tradite né l’ansia da prestazione del proprietario. La sua richiesta è priva di tossicità emotiva. Il cane non deve decifrare alcuna minaccia, vede un’informazione chiara e la esegue.
L’illusione dell’efficacia degli strilli
Quando la correzione si trasforma in punizione fisica o verbale, usata con stizza e senza consapevolezza, cadiamo nel trabocchetto dell’obbedienza apparente. Un cane sotto pressione o spaventato interrompe il comportamento, è vero. Ma quella risposta non è comprensione: è inibizione da paura. Gli studi scientifici indicano che i cani sottoposti a metodi avversivi o a interazioni punitive mostrano livelli di cortisolo più alti, manifestano più segnali di stress e sviluppano un attitudine cognitiva più pessimistica rispetto a quelli guidati con pazienza e rinforzo positivo. Abbiamo represso un’azione, ma non abbiamo insegnato alcuna competenza alternativa. Il cane imparerà semplicemente a non fare quel gesto in nostra presenza, per poi ripeterlo nell’esatto momento in cui chiudiamo la porta di casa oppure guardiamo da un’altra parte.
La lezione della psicologia dello sviluppo. Educare è un esercizio di autocontrollo e autoconsapevolezza
Il parallelo con la psicologia umana è evidente. Nel suo lavoro sulla regolazione emotiva (Raising an Emotionally Intelligent Child), John Gottman spiega come la capacità dell’adulto di rimanere calmo sia il prerequisito fondamentale affinché un bambino possa apprendere regole e capacità di autoregolarsi. Se l’adulto va in escalation emotiva, smette di essere una guida e diventa la fonte principale dello stress.Pretendiamo dal cane (o da un bambino) un autocontrollo d’acciaio mentre noi stiamo gridando. Vogliamo che gestisca la frustrazione, ma noi invece non ne siamo capaci. È un cortocircuito comico, se non fosse deleterio.
Non si tratta di diventare monaci zen immunizzati dalle emozioni, ma di comprendere che la nostra rabbia è un problema nostro, non uno strumento educativo.
- Fermati: Se apri la porta e trovi il disastro, fai un respiro profondo e fai un passo indietro.
- Separa l’emozione dall’azione: Pulisci o metti in sicurezza l’ambiente con calma.
- Analizza il bisogno: Perché l’ha fatto? Era noia? Frustrazione? Ansia da separazione?
- Costruisci l’alternativa: Lavora sulla gestione dell’ambiente e sulla prevenzione quando sei calmo e proattivo.
Forse la pillola più difficile da mandare giù per noi umani è proprio questa: il cane non ha bisogno di un bipede che sappia imporre la propria volontà o che gli dimostri chi comanda. Ha bisogno di una guida coerente, prevedibile e leggibile. Educare un cane significa prima di tutto imparare ad essere consapevoli e a controllare la versione di noi stessi che interagisce con lui.
Per Approfondire
- Albuquerque, N., et al. (2016). Dogs recognize dog and human facial expressions. Biology Letters. (Sulla capacità dei cani di integrare e interpretare le espressioni emotive umane).
- Rooney, N. J., & Cowan, S. (2011). Human directed aggression and training methods in domestic dogs. Applied Animal Behaviour Science. (Sulle correlazioni tra stile d’interazione del proprietario, metodi di addestramento e prestazioni di apprendimento).
- Vieira de Castro, A. C., et al. (2020). Does training method matter? Evidence for the negative impact of aversive-based methods on companion dog welfare. PLOS ONE. (Sull’impatto dei metodi avversivi e dello stress sul benessere e sul cognitive bias del cane).
- Gottman, J. M. (1997). Raising an Emotionally Intelligent Child. Simon & Schuster. (Sulla regolazione emotiva dell’adulto come pilastro per l’apprendimento delle regole).
