Il cane pensa? Daniel Dennett e il falso mito dell’antropomorfismo

Per chi si occupa di cani è un’accusa quasi inevitabile. Basta dire che un cane vuolescegliesi aspettacapisce o cambia strategia perché qualcuno intervenga a correggere: «Attenzione, stai umanizzando il cane, è antropomorfismo».

È un’obiezione che nasce da una preoccupazione legittima. Per molto tempo, infatti, abbiamo attribuito agli animali sentimenti, pensieri e motivazioni esclusivamente umane, finendo per raccontare più noi stessi che loro. Ma da questo non discende che ogni riferimento alla mente del cane sia automaticamente un errore.

Uno dei filosofi che più hanno contribuito a chiarire questo equivoco è Daniel Dennett. Nel suo libro Kinds of Minds introduce la teoria che definisce della posizione intenzionale, scrivendo:

«La posizione intenzionale è la strategia di interpretare il comportamento di un’entità (persona, animale, artefatto, qualsiasi cosa) trattandola come se fosse un agente razionale che governa la sua “scelta di azione” attraverso una “considerazione” delle sue “credenze” e “desideri”.»

Vale la pena soffermarsi su queste parole. Dennett non sostiene che un cane ragioni come un essere umano, né che possieda il linguaggio o modi di ragionare tipici della nostra specie. La sua è una proposta metodologica molto più sottile: per comprendere e prevedere il comportamento di un individuo è spesso utile interpretarlo come se agisse sulla base di credenze e desideri.

Quell’espressione, come se, è fondamentale.Non è un invito a umanizzare gli animali. È un modo per descrivere il loro comportamento con un tipo di spiegazione più efficace.

Del resto è ciò che facciamo continuamente anche con le persone. Se vediamo un collega prendere l’ombrello prima di uscire, diciamo che crede che stia per piovere e desidera non bagnarsi. Nessuno pensa che questa spiegazione sia antiscientifica perché non parla di sinapsi, neurotrasmettitori o attività della corteccia cerebrale. È semplicemente il modo migliore per prevedere ciò che farà.

Perché dovrebbe essere diverso con un cane?Pensiamo a Trouble durante una ricerca in superficie. Mentre lavora nel bosco, intercetta un nuovo cono d’odore. Cambia improvvisamente direzione, allarga la traiettoria, rallenta, verifica e poi accelera con decisione verso un punto preciso.

Potremmo descrivere la scena parlando esclusivamente di molecole odorose, recettori olfattivi e circuiti neuronali. Sarebbe una descrizione corretta. Ma ci aiuterebbe davvero a capire che cosa sta facendo?

Molto più efficace è dire che Trouble ritiene che quella traccia conduca alla persona dispersa e vuole raggiungerla. Naturalmente il cane non formula questa frase nella propria mente. Eppure questa descrizione permette di comprendere e persino prevedere il suo comportamento con una precisione sorprendente.

La stessa cosa accadeva durante il lungo lavoro per superare la paura degli spari. Ridurre tutto a una semplice “risposta condizionata” non bastava a spiegare ciò che si osservava sul campo. Trouble modificava il proprio comportamento in funzione del contesto. Cercava il conduttore, valutava l’ambiente, interrompeva o riprendeva il lavoro, mostrava paura crescente oppure ritrovava fiducia. Era evidente che le sue azioni dipendevano non solo dallo stimolo presente, ma anche da ciò che si aspettava potesse accadere.

Anche Luna mi insegnava ogni giorno quanto sia riduttivo descrivere il cane come una macchina che reagisce automaticamente agli stimoli. Quando desiderava ottenere qualcosa non insisteva sempre nello stesso modo. Aspettava il momento favorevole. Osservava le persone. Rinunciava quando sembrava comprendere che non avrebbe avuto successo e riprovava più tardi, quando la situazione era cambiata.

Dire che “aveva capito” che non era il momento giusto non significa attribuirle una riflessione filosofica. Significa riconoscere che il suo comportamento era guidato da aspettative costruite attraverso l’esperienza.

È proprio questo il senso della posizione intenzionale di Dennett. La buona etologia, del resto, non consiste nello scegliere tra spiegazioni meccanicistiche e spiegazioni mentali. Consiste nello scegliere il livello di spiegazione che descrive meglio il fenomeno osservato.

Naturalmente esiste un antropomorfismo ingenuo. È quello che immagina il cane mosso da vendetta, senso di colpa, cattiveria romantica semplicemente perché questi concetti appartengono al nostro modo di vivere le relazioni.

Ma esiste anche un errore speculare. Il primatologo Frans de Waal lo chiamava antroponegazione: la tendenza a negare agli altri animali capacità mentali che le evidenze scientifiche mostrano essere realmente presenti, solo per il timore di sembrare poco rigorosi.

È una tentazione che, ancora oggi, attraversa una parte del mondo cinofilo. Per paura di antropomorfizzare, si finisce per descrivere il cane come un insieme di riflessi, associazioni e risposte automatiche. Eppure decenni di studi sulla cognizione animale mostrano che molti mammiferi, compreso il cane, costruiscono aspettative, apprendono in modo flessibile, modificano le proprie strategie in funzione del contesto, perseguono obiettivi e utilizzano le informazioni disponibili per orientare il proprio comportamento.

Ignorare tutto questo non rende la descrizione più scientifica. La rende semplicemente più povera. Forse, allora, la domanda da porci non è se stiamo usando parole “umane”.

La domanda è un’altra: quelle parole ci permettono di comprendere e prevedere meglio il comportamento del cane?

Se la risposta è sì, allora non siamo necessariamente di fronte a un antropomorfismo.

Stiamo facendo esattamente ciò che Dennett propone: adottare una prospettiva interpretativa capace di dare senso alle azioni di un individuo senza pretendere che la sua mente sia identica alla nostra.

Comprendere un cane non significa trasformarlo in una persona.

Significa riconoscere che anche la sua è una mente, diversa dalla nostra, ma non per questo priva di intenzioni, aspettative e desideri. Ed è proprio prendendo sul serio questa diversità che possiamo avvicinarci davvero a capire chi abbiamo davanti.

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