Diario di un branco #2
“Who play together stay together.”
Non è una frase scientifica. È una di quelle frasi che potrebbero stare scritte su una tazza, una maglietta o su un magnete attaccato al frigorifero. Però dopo gli anni trascorsi a osservare i mei cani ho cominciato a pensare che dietro quella frase, apparentemente banale, ci sia un verità fondamentale che regola i rapporti di tutti gli animali sociali… non solo dei cani.
Nel mio branco il gioco era uno strumento attraverso cui si costruivano e si confermavano le relazioni. Me ne sono accorta riguardando un video che, all’epoca, avevo registrato senza attribuirgli particolare importanza. Nel filmato ci sono Nero e Luna, gli adulti, che giocano tra loro. Sullo sfondo, ancora piccoli, ci sono Trouble e Tramps. E la cosa che oggi mi colpisce non è soltanto che i cuccioli guardino i genitori, ma che, poco dopo, comincino a fare praticamente le stesse cose mantenendo la loro dimensione di cuccioli senza cercare di interferire con l’attività dei grandi.
Non è solo una somiglianza. Sono gli stessi movimenti, la stessa sequenza, lo stesso modo di avvicinarsi e di partire, la stessa improvvisa trasformazione di un corpo fermo in una freccia che attraversa il giardino. Nero si abbassa, Luna lo morde, uno inizia e l’altra lo asseconda; e sullo sfondo due piccoli osservatori cominciano a replicare quella danza, come se qualcuno avesse aperto davanti a loro un manuale di istruzioni e loro lo stessero seguendo passo passo.
Ed ecco qui… condivido le prove 🙂
Quello che si vede nel video può essere interpretato alla luce delle ricerche sul comportamento sociale dei cani, anche se – ovviamente – non voglio trasformare una registrazione familiare in una dimostrazione sperimentale. Non so, per esempio, se Trouble e Tramps abbiano imparato quei movimenti osservando direttamente i genitori, se fossero già predisposti a produrli, se il contesto li rendesse semplicemente più propensi a giocare o se tutte queste cose contribuissero insieme. Posso però dire che la scena è straordinariamente compatibile con qualcosa che sappiamo ormai tipico nei cani: quando un cane osserva un altro cane può raccogliere informazioni sociali e modificare il proprio comportamento in funzione di ciò che vede.
Iil gioco è anche una forma di comunicazione sociale. Quando diciamo di due cani che “stanno giocando”, noi esseri umani mettiamo dentro una parola semplicissima una quantità impressionante di comportamenti che possono avere significati diversi in contesti diversi. Una corsa può essere invito al gioco, ma può anche essere fuga; un morso può essere giocoso oppure un’aggressione; una zampata può essere un invito oppure un avvertimento; una rincorsa può finire con due cani che si rotolano per terra o con uno dei due che decide – più o meno educatamente – che ne ha abbastanza.
Nel gioco compaiono posture, espressioni facciali, pause, cambi di direzione, avvicinamenti e allontanamenti che permettono ai partecipanti di comunicare continuamente le proprie intenzioni. Una delle posture più conosciute è il cosiddetto play bow, l’inchino: il cane abbassa la parte anteriore del corpo, mantenendo sollevato il posteriore, e da quella posizione può partire praticamente in qualsiasi direzione. Non è una posizione casuale. È un segnale che, nel contesto appropriato, contribuisce a comunicare che ciò che sta per accadere deve essere interpretato come gioco.
Perché giocare significa, in qualche modo, mettersi d’accordo. Io ti rincorro, ma tu sai che non voglio davvero prenderti.Tu mi salti addosso, ma io capisco che non vuoi farmi male. Io ti mostro i denti, ma il resto del corpo ti dice che sto scherzando. Tu fai finta di mordermi e io faccio finta di crederci. Poi ci scambiamo i ruoli.
Nel video appare anche chiarissimo uno dei comportamenti più studiati: la capacità dei cani di modulare le proprie azioni, rendendosi in qualche modo meno efficaci di quanto potrebbero essere. È definito self-handicapping: un cane più forte, più grande o più competente può assumere posture o comportamenti che permettono al compagno di continuare a partecipare senza essere travolto. In altre parole si mette in atto una vera e propria inversione dei ruoli, per cui il più forte si mette nella posizione di chi viene inseguito o apparentemente “sconfitto”. Il gioco funziona proprio perché nessuno utilizza fino in fondo tutte le proprie capacità.
Nel mio branco questo era evidente soprattutto negli adulti. Nero, pur essendo molto più forte di Luna, si buttava a terra e si lasciava mordicchiare da Luna, opponendo ben poca resistenza.
Nel gioco tra cani si mostrano chiaramente due importanti fenomeni psicologici che rappresentano il substrato dei legami negli animali sociali. Il primo è l’allineamento comportamentale, o sincronizzazione comportamentale. Detto in modo molto semplice, significa che due individui finiscono per coordinare il proprio comportamento nel tempo e nello spazio: si muovono insieme, si fermano insieme, guardano nella stessa direzione, occupano lo stesso spazio o producono sequenze di azioni simili. Non è necessariamente imitazione volontaria e non significa che uno dei due debba “insegnare” qualcosa all’altro. È piuttosto una forma di coordinamento che può emergere spontaneamente nelle relazioni sociali.
La letteratura descrive la sincronizzazione comportamentale come un fenomeno diffuso nelle specie sociali e la collega anche alla coesione del gruppo. Il gioco è stato infatti indicato come uno dei possibili meccanismi attraverso cui si sviluppano e si mantengono i legami sociali. Una revisione dedicata proprio alla funzione del gioco nel cane domestico ha individuato nella coesione sociale una delle principali ipotesi funzionali, insieme allo sviluppo delle competenze motorie e alla preparazione ad affrontare situazioni inattese.
Poi c’è un altro fenomeno, ancora più affascinante, che può aiutare a capire perché a volte basta guardare un altro cane giocare per avere improvvisamente voglia di giocare anche noi. Si chiama contagio emozionale: una forma di condivisione dello stato interiore, nella quale l’individuo osservatore viene influenzato dallo stato dell’altro. Se un cane davanti a me è agitato, la sua agitazione può influenzarmi. Se è spaventato, posso diventare più vigile. E se sta giocando, può diventare più probabile che anch’io entri in quella stessa modalità.
Quattro Pastori Olandesi, naturalmente, hanno sempre avuto una concezione molto personale del vivere insieme. Nel loro vocabolario, infatti, il concetto sembrava significare soprattutto che ogni momento di tranquillità doveva essere considerato sospetto e immediatamente sottoposto a verifica. Eppure, dietro quelle corse apparentemente inconcludenti, c’era qualcosa di molto più importante del semplice dispendio fisico.
C’era la relazione. Una relazione, del resto, raramente si costruisce attraverso i grandi avvenimenti. Si forma soprattutto attraverso la ripetizione di centinaia di piccole esperienze che, prese una per una, sembrano irrilevanti: una corsa fatta mille volte, quel gioco che comincia sempre con lo stesso invito, il cane che sa già che l’altro dopo due secondi cambierà direzione, quello che aspetta, quello che provoca, quello che scappa e quello che alla fine si lascia prendere. È attraverso questa infinita collezione di episodi apparentemente insignificanti che due cani imparano progressivamente chi hanno davanti.
Quando oggi riguardo il video di Nero e Luna e vedo sullo sfondo Trouble e Tramps ripetere i loro movimenti, quindi, mi piace pensare di assistere a una lezione in famiglia. Poi i cuccioli crescono e quelle modalità di interazione diventano parte della loro storia, insieme a tutte le altre esperienze che nel frattempo hanno costruito il loro modo di stare nel gruppo.
Naturalmente non posso sapere quanto di quella prima esperienza sia rimasto nella memoria dei miei cani. Posso però osservare ciò che è accaduto, confrontarlo con quello che sappiamo oggi sul comportamento sociale dei cani e provare a mettere insieme le due cose. È esattamente questo lo spirito del Diario di un branco: partire da una storia vera, dalla mia esperienza quotidiana con quattro cani, e usarla come punto di osservazione per avvicinarmi alla ricerca scientifica, mantenendo sempre distinta l’osservazione personale dall’evidenza sperimentale.
E quando riguardo quel video penso che, forse, un branco cominci proprio così: imparando a muoversi insieme prima ancora di sapere quanto diventerà importante restare insieme.
Il prossimo episodio del Diario di un branco ci porterà in un territorio decisamente meno armonioso. Perché in un branco non basta sapere con chi giocare. Bisogna anche imparare con chi non giocare, quando smettere di giocare e, soprattutto, cosa succede quando due cani che si vogliono bene scoprono di avere opinioni completamente diverse sulla proprietà di un oggetto, di uno spazio o, molto più semplicemente, sull’ordine in cui si dovrebbe passare attraverso una porta.
Perché il branco, come tutte le famiglie, non vive di sola armonia. E i miei quattro olandesi, su questo, avevano idee piuttosto precise.
Curiosi? Stay tuned!
Per approfondire
Bradshaw, J. W. S., Pullen, A. J. & Rooney, N. J. (2015). Why do adult dogs ‘play’? Behavioural Processes, 110, 82–87. DOI 10.1016/j.beproc.2014.09.023. È una revisione particolarmente utile perché considera il gioco sociale del cane come un comportamento complesso e osserva che i cani possono ricavare informazioni sociali non soltanto dal gioco al quale partecipano, ma anche osservando il gioco tra altri individui.
Sommerville, R., O’Connor, E. A. & Asher, L. (2017). Why do dogs play? Function and welfare implications of play in the domestic dog. Applied Animal Behaviour Science, 197, 1–8. DOI 10.1016/j.applanim.2017.09.007. La revisione prende in esame le diverse ipotesi sulla funzione del gioco e individua tra le più sostenute dalla letteratura lo sviluppo delle competenze motorie e la coesione sociale, sottolineando però che il significato del gioco dipende dal contesto e dal tipo di interazione.
Palagi, E., Nicotra, V. & Cordoni, G. (2015). Rapid mimicry and emotional contagion in domestic dogs. Royal Society Open Science, 2, 150505. DOI 10.1098/rsos.150505. È lo studio più direttamente collegato al fenomeno mostrato nel video: durante il gioco tra cani sono state osservate risposte di mimica rapida, inferiori a un secondo, soprattutto per l’inchino di gioco e l’espressione a bocca rilassata; la frequenza della mimica risultava inoltre maggiore tra soggetti con legami sociali più stretti. Gli autori interpretano questi risultati come compatibili con una condivisione della motivazione al gioco e con un possibile collegamento tra mimica rapida e contagio emozionale, senza però considerare i due fenomeni come sinonimi.
Duranton, C. (2020). Local synchrony as a tool to estimate affiliation in dogs. Journal of Veterinary Behavior, 36, 48–53. DOI 10.1016/j.jveb.2019.10.007. Lo studio considera la sincronizzazione comportamentale come possibile indicatore di affiliazione e mostra che nei cani gli individui più strettamente affiliati tendono a manifestare maggiore sincronizzazione locale, cioè una maggiore tendenza a condividere lo stesso spazio.
Duranton, C., Bedossa, T. & Gaunet, F. (2017). Interspecific behavioural synchronization: dogs exhibit locomotor synchrony with humans. Scientific Reports, 7, 12384. DOI 10.1038/s41598-017-12577-z. Lo studio dimostra che i cani possono sincronizzare posizione, attività e orientamento con il proprio umano, offrendo un’interessante conferma della capacità del cane di coordinare il proprio comportamento con quello di un partner sociale.
