Pastore Olandese tra bellezza e funzione: Donata Ledda ed Elowyn campionesse del mondo

Quando la forma è sostanza

Ci sono momenti nella cinofilia in cui un risultato espositivo smette di essere soltanto un risultato e diventa un pretesto importante per parlare di selezione, cultura cinofila e modo di vivere il cane. Il successo di Donata Ledda ed Elowyn Filiae Bo Originele Herder al Campionato del Mondo di bellezza di Bologna si colloca esattamente in questa categoria. Perchè una cosa sono le coccarde e le coppe, che fanno piacere per carità, ma è tutto quello che c’è dietro che conta veramente, quello che non si vede nei comunicati stampa nè nelle celebrazioni su instagram: il rapporto tra cane e persona e il modo in cui si fa selezione e si interpreta oggi il Pastore Olandese a pelo lungo.

Nel mondo cinofilo, ogni volta che si pronuncia la parola expo, si riattiva una discussione, che ha qualcosa di ciclico e inevitabile, tra chi la considera un esercizio estetico fine a sé stesso e chi invece la vive come uno strumento tecnico di valutazione. Il presupposto della discussione, spesso non detto ma condiviso, è che il cane deve scegliere una volta per tutte se essere “bello” o “utile”, cosa che sarebbe già di per sé un problema biologico e funzionale , ma che per il nostro bellissimo Pastore Olandese Elowyn non abbiamo mai preso in considerazione, perchè è in grado di essere serenamente entrambe le cose senza chiedere il permesso a nessuno.

Elowyn è infatti un soggetto che ha raggiunto il massimo livello nelle esposizioni canine, ma che allo stesso tempo lavora con continuità e qualità, esprimendo concentrazione, disponibilità, iniziativa e una stabilità mentale che non si improvvisa e che soprattutto non si compra al banco del weekend espositivo, ma si costruisce nel tempo, dentro una relazione quotidiana coerente e poco incline alle scorciatoie. E qui entra in scena Donata Ledda, che in questa storia non è semplicemente la handler del cane, ma è la sua compagna di vita, cioè quella figura che ha il privilegio e la responsabilità di vedere il cane quando non c’è pubblico, quando non c’è ring e quando non c’è nemmeno la minima intenzione di essere interessante per qualcuno, il che già di per sé cambia completamente la prospettiva.

Il punto, infatti, è che chi guarda da fuori vede il risultato, mentre chi vive i cani da dentro vede un percorso che somiglia molto poco a una sequenza di momenti “instagrammabili” e molto più a una lunga serie di decisioni quotidiane, alcune brillanti e altre decisamente meno.

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché i miei cani partecipano alle esposizioni canine e la domanda arriva spesso con quel mix tra curiosità e sospetto che lascia intendere che esista già una risposta giusta e una sbagliata, come nei quiz televisivi. La mia risposta è sempre la stessa: perché l’estetica è funzione. Una struttura corretta non è una questione di vanità, anche se ogni tanto qualcuno lo sospetta con una certa insistenza, ma è movimento, efficienza, resistenza, salute, e un cane costruito bene è un cane che può svolgere meglio il lavoro per cui la sua razza è stata selezionata e spesso può farlo anche più a lungo, con buona pace di chi immagina che l’angolo scapolo-omerale sia un vezzo estetico. Dietro una spalla ben angolata, una linea dorsale corretta o un’andatura armoniosa non c’è il culto della bellezza, ma un’idea molto concreta di funzione e per questo le esposizioni canine, almeno quando riguardano razze da lavoro, non sono una passerella ma uno strumento tecnico di confronto, un modo per sottoporre il proprio lavoro a una valutazione esterna obiettiva e per capire se quello che si sta costruendo ha un senso anche al di fuori del proprio kennel.

E quando dico “nostro” non è una formula retorica, ma il progetto condiviso con Donata Ledda, che è una handler di altissimo livello non soltanto perché sa presentare un cane nel modo migliore, ma perché sa leggerlo, interpretarlo e rispettarlo, qualità che sembrano scontate finché non si osserva abbastanza cinofilia da accorgersi che non lo sono affatto. In tutto questo, va anche detto che i nostri cani non vivono in una dimensione parallela fatta solo di expo e risultati, ma condividono la vita quotidiana, la casa e soprattutto il lavoro, sia come professione per Donata sia come volontariato per me, e questo cambia completamente la qualità della relazione.

Per questo la nostra razza del cuore è il Pastore Olandese a pelo lungo, perché nasce come cane funzionale a una vita di lavoro e in famiglia, con una struttura mentale e fisica pensata per collaborare e adattarsi. Elowyn è esattamente questo tipo di cane: un soggetto che ha ottenuto risultati eccezionali in expo ma che mantiene una reale capacità di lavoro e ha qualità di stabilità, disponibilità ed equilibrio che le consentono di condividere qualsiasi esperienza in compagnia della sua Donata.

A questo punto, inevitabilmente, il discorso scivola su un tema meno leggero, anche se sarebbe molto più comodo evitarlo, cioè quello del benessere animale, soprattutto quando si leggono episodi di cani morti di caldo durante trasporti o addirittura durante l’expo. In questi casi non si tratta di sfortuna né di fatalità, ma di scelte sbagliate, e il punto rimane sempre lo stesso, anche se qualcuno preferirebbe non sentirlo ripetere: nessun risultato, nessuna esposizione, nessuna prova di lavoro e nessun progetto allevatoriale può giustificare il sacrificio del benessere del cane, né fisico né psicologico. E questo concetto vale anche quando la tentazione di “fare comunque” è forte e culturalmente anche tollerata. Perché il cane non può essere lo strumento attraverso cui si raggiunge un risultato, ma è il motivo per cui quel risultato ha senso e questa è una differenza che, stranamente, continua a non essere così ovvia per tutti.

Noi non affidiamo i nostri cani a nessuno e non viviamo le esposizioni come una corsa al trofeo, anche se sarebbe ingenuo sostenere che vincere non sia piacevole, perché lo è, semplicemente non è il punto centrale.

Il punto è la verifica. Di anni di lavoro. Di selezione. Di studio. E anche di una certa testardaggine nel voler capire se davvero si sta andando nella direzione giusta. Studio molto, tra università, seminari, corsi e letture scientifiche e nel tempo ho sviluppato una certa diffidenza verso gli slogan, che nel mondo cinofilo hanno sempre una grande efficacia. “Non comprare, adotta.” Io adotto e compro anche, sempre da allevatori seri, perché le due cose convivono molto meglio di quanto si voglia ammettere. “Il cane deve fare il cane.” Giusto, ma quale cane esattamente? Un Pastore Olandese, un Barboncino e un Levriero non sono esattamente la stessa cosa e qualcuno, prima o poi, deve pur dirlo senza sentirsi in colpa. La realtà, per fortuna o per sfortuna, è più complessa degli slogan e questa complessità è anche ciò che rende il lavoro con i cani ancora interessante anche dopo un po’ di anni.

In questa prospettiva si inserisce perfettamente anche il nostro prossimo progetto: la cucciolata tra Tom Joad ed Elowyn (ne ho parlato qui), pensata non come un esercizio improvvisato ma come continuità di un lavoro di selezione che cerca equilibrio tra struttura, carattere e capacità di relazione, con cani belli perché funzionali e funzionali perché equilibrati, capaci di lavorare, vivere nella quotidianità e restare, cosa sempre più rara, cani da lavoro e cani da viversi in famiglia.

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