Se un Pastore Olandese venisse raccontato da Jack London
For they had become problems to each other. The very breath each drew was a challenge and a menace to the other…Often the man felt that he had bucked against the very essence of life, the unconquerable essence…
Erano diventati un problema l’uno per l’altro: perfino il respiro dell’uno era, per l’altro, sfida e minaccia. Spesso l’uomo sentiva di essersi levato contro la vita stessa, contro la sua essenza indomabile
Bâtard (cliccate sul nome per ascoltarla) è la mia storia di cani preferita, da sempre, da quando ho memoria delle mie letture. Non è un romanzo, ma un racconto breve scritto da Jack London, uno degli autori che più profondamente hanno raccontato il rapporto fra uomo, animale e natura. Bâtard apparve per la prima volta nel giugno del 1902 sulla rivista americana The Cosmopolitan, con il titolo Diable—A Dog; nel 1904 London lo riprese nella raccolta The Faith of Men and Other Stories, cambiandone il titolo e il nome del cane in Bâtard. È una storia breve, ma terribile.
Bâtard è un cane, un incrocio fra cane e lupo, che Black Leclère prende con sé quando è ancora un cucciolo. Fra i due non nasce mai quella relazione che siamo abituati a chiamare amicizia fra uomo e cane. Si riconoscono immediatamente come avversari. Leclère vuole sottomettere Bâtard; Bâtard resiste. Per anni viaggiano insieme nel Nord, attraverso la fame, il freddo e la violenza, legati da un odio reciproco che diventa una vera e propria guerra di volontà.
Non è una storia facile da amare. Non ci sono cuccioli che aggiustano la vita degli uomini, né un cane che diventa lo specchio delle nostre emozioni migliori, anzi esattamente l’opposto. In Bâtard, Jack London contrappone all’uomo un cane che non vuole essere piegato.
È questo che mi affascina. Bâtard non è un cane che deve essere salvato dall’uomo e non è un cane che deve salvare l’uomo. Non è lì per rendergli la vita migliore. Non è una medicina contro la solitudine, non è un antidoto alla depressione, non è una piccola creatura incaricata di dare senso a un’esistenza che ne ha poco. È un animale. E proprio per questo ha una propria volontà, una propria percezione del mondo, una propria misura delle cose. La natura, in Bâtard, resiste alle pretese umane, alla violenza umana, perchè è più forte e violenta di qualsiasi umano.
E questo racconto oggi mi sembra quasi rivoluzionario. Abbiamo costruito intorno al cane una narrazione nella quale deve essere sempre buono, comprensivo, terapeutico, affettuoso, disponibile. Deve accompagnarci, consolarci, farci uscire di casa, aiutarci a stare meglio, accettare i nostri ritmi, le nostre esigenze, i nostri bambini, le nostre città, le nostre fotografie. Deve essere felice perché noi siamo felici e, quando non lo è, dobbiamo trovare il modo di riportarlo rapidamente dentro la nostra idea di benessere.
Ad esempio, non mi è piaciuto affatto uno dei libri più celebri degli ultimi anni che hanno raccontato l’amore fra un uomo e un cane: Il suo odore dopo la pioggia di Cédric Sapin-Defour, uscito in Italia nel 2024 e diventato rapidamente un caso editoriale. La storia di Cédric e Ubac, il suo Bovaro del Bernese, attraversa dieci anni di vita condivisa, la montagna, la quotidianità, la gioia dell’incontro e il dolore della perdita.
È un libro che ha commosso centinaia di migliaia di lettori e che ha avuto un successo straordinario, ma interamente centrato su come il cane aiuta l’umano e rende la sua vita migliore.
Posso dire che noia? Abbiamo avutto millemila Lassie cha hanno tirato fuori dai loro abissi depressivi millemila umani. E’ vero, è successo, e succede continuamente ma io questa idea del cane funzionale all’uomo e per il quale questa funzionalità ne esaurisce l’essenza, non la condivido. E non perché non creda nell’amore fra uomo e cane. Al contrario. Ci credo talmente tanto da non aver bisogno di trasformare il cane in un piccolo angelo domestico per giustificare quell’amore.
Vivere con un cane può essere meraviglioso. Può essere una delle esperienze più profonde che ci siano concesse. Ma può essere anche difficile. Può essere conflitto, incomprensione, fatica, paura, frustrazione. Può costringerci a cambiare abitudini, a rinunciare a qualcosa, a imparare linguaggi che non sono i nostri. Può metterci davanti a un individuo che non pensa come noi e che, spesso, non vuole quello che vogliamo noi. E allora è necessario fare una cosa molto semplice e nello stesso tempo molto difficile per noi umani antropocentrici: accettare l’alterità.
Il cane non è sempre al nostro servizio. La natura non è lì per servirci. Questa dovrebbe essere una delle prime cose da tener ben presenti quando decidiamo di vivere con un animale. Non siamo davanti a una macchina biologica progettata per soddisfare i nostri bisogni emotivi. Siamo davanti a un essere vivente che fa parte della nostra famiglia, della nostra vita, ma non ci appartiene nel senso più profondo del possesso.
E qualche volta può perfino mordere!
Anche questo dovrebbe poter essere detto senza che crolli il mondo. Se un cane morde, non è lesa maestà umana. È un fatto. Un comportamento. Un segnale che può avere cause diverse, che va compreso, gestito e, quando necessario, prevenuto. La responsabilità dell’uomo resta enorme, soprattutto quando quel cane vive dentro il nostro mondo e dipende dalle nostre scelte. Ma riconoscere la responsabilità non significa pretendere che la natura abbia firmato un contratto con noi.
Un cane non smette di essere un essere senziente con proprie necessità , desideri ed emozioni, perché lo amiamo. Merita di essere rispettato come tutti gli esseri senzienti, non possiamo imporgli di provare le nostre emozioni, di condividere i nostri valori e abbracciare le nostre regole sempre e comunque.
E qui non posso non citare il mio immenso, adorato Nero, il mio primo pastore olandese. Il nostro rapporto è stato unico. Non sempre semplice, non sempre comodo, ma è stato potentissimo. Nero non era un cane che potevo prendere e modellare fino a farlo coincidere con la mia idea di cane ideale. Aveva una personalità enorme, una volontà fortissima, un’intelligenza che spesso mi costringeva a chiedermi se dovevo guidare io o lasciare che fosse lui a decidere cosa fare.
A volte Nero mi faceva sentire un piccolo umano alle prese con forze della natura, con cui avevo perso ogni dimestichezza e mi ricordava la mia misura. Io ero un essere umano e lui era un cane. Due specie diverse, due modi diversi di percepire il mondo, due intelligenze diverse che avevano deciso, in qualche modo, di condividere la stessa vita. Ho imparato a non voler più cancellare quella distanza e a non cercare di piegarlo alle convenzioni umane, in cui un cane può solo giocare, leccare e scodinzolare.
Non ho mai avuto il desiderio di trasformarlo in un animale perfettamente adattato all’ecumene umano, nel cane che non disturba, non mette in discussione, non sorprende, non dice mai di no. Volevo che sapesse vivere nel nostro mondo senza perdere il proprio.
Ho acquisito piena consapevolezza del rapporto che ci legava in un episodio in cui Nero mi ha manifestato uno dei tanti episodi di disobbedienza intelligente. Passeggiavamo insieme, io ero totalmente inconsapevole di essere finita nel bel mezzo di una battuta al cinghiale. Io, non mi rendevo conto di quello che stava accadendo ma sentivo tanti cani che ci abbaiavano inseguendoci e cercavo di portare via Nero nella direzione che io ritenevo giusta, cioè esattamente verso i cacciatori. Lui, invece, aveva capito molto meglio di me la situazione: si voltò e prese la direzione opposta, andando a scacciare i cani che ci stavano inseguendo e indirizzandoli altrove. In quel momento compresi che non stavo semplicemente portando un cane da qualche parte: Nero aveva letto la situazione, aveva valutato il pericolo e aveva scelto autonomamente cosa fare. In quella situazione Nero comprese molto meglio di me quello che stava accadendo e prese una decisione contro le mie indicazioni e il mio volere. Quello che mi colpì allora, e che ancora oggi mi emoziona, fu proprio la sensazione di trovarmi davanti a un individuo capace di leggere una situazione e di scegliere il proprio comportamento.
Io non avevo bisogno di negare quella intelligenza e autonomia per essere il suo riferimento. Tra Nero e me non c’era un rapporto di dominio e sottomissione. C’era una relazione fra due esseri che dovevano imparare a capirsi. Io dovevo imparare Nero. Nero doveva imparare me e nessuno dei due doveva smettere di essere ciò che era. È questo che rende il nostro rapporto, ancora oggi, così difficile da spiegare. Nero mi ha dato moltissimo, ma non perché fosse stato messo al mondo per darmelo. Mi ha dato moltissimo perché era Nero. Perché aveva una sua natura, una sua storia, una sua intelligenza, un suo modo di stare al mondo. E io ho avuto la fortuna di poter entrare, per un tratto della mia vita, dentro quel mondo senza pretendere di possederlo e modificarlo. Ci siamo amati proprio perché non ci siamo posseduti. Ci siamo rispettati perché nessuno dei due aveva bisogno di vincere.
E forse è questa la cosa che mi ha sempre affascinato di Bâtard, un racconto duro in cui violenza, lotta e crudeltà dominano la scena. È il fatto che London non toglie al cane la sua natura per renderlo più accettabile al lettore. Bâtard resta Bâtard.
Perché amare un cane, alla fine, non dovrebbe significare addomesticare ogni parte di lui che ci mette a disagio. Dovrebbe significare imparare a vivere responsabilmente accanto a un’altra natura, riconoscendone i confini, proteggendola quando serve, proteggendo noi stessi quando serve, educandola e facendoci educare, senza confondere la convivenza con la sottomissione. Il cane può essere nostro compagno senza essere nostro servitore. Può amarci senza essere nato per amarci e renderci felici senza avere l’obbligo di farlo.
Può anche contraddirci, metterci in difficoltà, spaventarci, costringerci a cambiare.E può dirci di no. E’ lì il vero rispetto: smettiamo di chiedere alla natura e a tutte le sue creature di essere gentile con noi e cominciamo finalmente a guardarla per quello che è.