Quando l’equilibrio si spezza: riflessioni sul caso del Pastore Olandese di Treviso

Amare una razza vuol dire conoscerne la potenza, rispettarne i limiti e accettarne le ombre


Leggere l’articolo sul Pastore Olandese della Polizia Locale di Treviso che ha ucciso un piccolo maltese in un parco cittadino suscita in me due reazioni immediate: dispiacere e rabbia. Dispiacere per la gogna mediatica che, questa volta, ha colpito la mia razza del cuore. Rabbia perché ancora una volta la cronaca si ferma alla superficie, impantanata tra sensazionalismo e banalità, e dimentica la parte più importante: l’analisi tecnica, etologica e gestionale. Si parla di “imprevedibilità”, parola comoda per chi vuole lavarsi le mani, ma non si prova neppure a capire davvero cosa sia successo, perché un cane operativo possa essere coinvolto in un episodio di questa gravità, quali meccanismi si siano innescati.

Limitarsi a dire “incidente” o “fatalità” significa ignorare tutto ciò che conta davvero: la genetica, la selezione, la relazione, la gestione, la responsabilità dell’uomo. Un Pastore Olandese a pelo corto non è un cane da compagnia con un bel mantello tigrato. È il prodotto di una selezione funzionale e rigorosa; selezionato per resistere alla pressione, per reagire rapidamente, per lavorare in situazioni di stress. Non è nato per la vita tranquilla di città, ma per eseguire compiti che richiedono lucidità e determinazione sotto stimolo. È un cane che lavora e deve lavorare. E proprio per questo, chi lo gestisce deve conoscere a fondo le sue caratteristiche genetiche: predatorietà e aggressività molto sviluppate, ottime per il lavoro di utilità e difesa, ma potenzialmente problematiche se non vengono canalizzate correttamente.

Nel caso di Treviso, il cane, un Pastore Olandese a pelo corto di nome Luke — o meglio Orkan des Soldats de Krist Ale, il nome da pedigree — discende da linee di sangue da mondioring, una disciplina che esalta mordacità, combattività e stabilità sotto stimolo. Si tratta di cani perfetti per le attività di morso, con altissima capacità di reagire a stress fisici e mentali, ma proprio per questo necessitano di un contesto di lavoro coerente e di conduttori esperti.

C’è poi un dato che pesa moltissimo: secondo le informazioni circolate, Luke avrebbe avuto solo quattro mesi di addestramento prima dell’impiego operativo e sarebbe stato affidato a un conduttore che non lo aveva formato. Per un Pastore Olandese, il legame con il proprio umano di riferimento non è un dettaglio secondario: è la base del suo equilibrio. Cambiare conduttore in un cane da lavoro richiede tempo, mesi di conoscenza reciproca, adattamento emotivo e costruzione della fiducia. Saltare questa fase è come togliere al cane la bussola che orienta le sue reazioni. Il conduttore, per un soggetto così, non è semplicemente colui che dà comandi, ma la figura che regola l’emotività, che aiuta il cane a scegliere come reagire.

L’attacco, secondo le ricostruzioni, sarebbe avvenuto dopo una fase di lavoro e questo dettaglio non è affatto secondario. È proprio nel momento del dopo, quando l’attività si conclude e la tensione accumulata non è ancora scaricata del tutto, che i cani, con forte drive predatorio e psicologicamente stanchi, possono manifestare reazioni impulsive. In termini più semplici, Luke potrebbe aver perso la capacità di pensare, sopraffatto dall’arousal, cioè dal livello di attivazione fisiologica. Quando l’arousal è troppo alto, la mente razionale si spegne e resta solo la risposta istintiva. Il cane non valuta, reagisce. E se lo stimolo è un piccolo cane che corre, il sistema predatorio si attiva in automatico. Non c’è cattiveria, non c’è follia. C’è solo biologia.

Il risultato, in questo caso, è stato tragico. Cinque chili di fragilità contro ventotto chili di muscoli e tensione compressa. È probabile che un solo scuotimento sia bastato. Un cane del genere non ha bisogno di voler uccidere per fare danni irreparabili: la sua forza, combinata alla rapidità del gesto, è sufficiente. Ma ancora una volta, non è il cane a essere colpevole. È l’uomo che non ha saputo prevedere, non ha valutato i rischi, non ha capito la natura di ciò che aveva accanto.

Ogni episodio di questo tipo nasce da una catena di errori umani: l’addestramento troppo breve, la gestione inadeguata, il contesto errato. Affidare un cane con quella genetica a un conduttore inesperto e portarlo libero in un centro cittadino non è una fatalità: è un errore gestionale grave. L’imprevedibilità non c’entra nulla. È prevedibile, anzi inevitabile, che un cane costruito per reagire possa farlo quando non gli vengono date regole, confini e opportunità corrette di espressione.

Non parlo da osservatrice esterna, ma da persona che con questa razza convive e lavora ogni giorno. Anch’io ho imparato la lezione a seguito di una pessima esperienza di diversi anni fa. Dopo una lunga sessione di lavoro con Luna, la mia Pastore Olandese a pelo lungo, un cane potente e con temperamento molto alto, ho commesso lo stesso tipo di errore. Ero convinta che la sessione si fosse conclusa bene e che il defaticamento bastasse. Poi mentre tornavamo alla macchina, un gatto ha attraversato il campo, correndo vicino a noi. Luna, ancora carica di tensione e con dentro tutta l’energia accumulata, l’ha centrato. Un solo morso, l’ha scosso. Il gatto è morto. Non era vera aggressività, Luna a casa conviveva con i gatti, era energia compressa, drive predatorio in cerca di un’uscita, tensione non ben gestita. Quel giorno ho capito che con un cane così non puoi permetterti neanche un momento di distrazione. Serve lucidità, disciplina, lettura costante del suo stato emotivo. Da allora ho cambiato tutto: i tempi del defaticamento, la gestione degli stimoli, la durata delle sessioni. Ho imparato a leggere le microespressioni, a intervenire prima che il corpo parta. È stata una lezione dolorosa, ma necessaria.

Questa esperienza personale mi ha insegnato una verità che spesso dimentichiamo: i cani da lavoro non sono macchine, non sono programmabili, non sono prevedibili nel senso umano del termine. Sono esseri viventi complessi, costruiti per reagire e la loro potenza deve essere accompagnata da una gestione impeccabile. La vera sfida non è ottenere un morso preciso o una segnalazione perfetta, ma mantenere la capacità di pensare quando l’arousal è alto. Quello è il punto in cui si misura davvero l’equilibrio di un cane operativo e, soprattutto, la competenza del conduttore.

I Pastori Olandesi sono, senza dubbio, tra le razze più versatili al mondo. Possono fare soccorso, detection, protezione, obedience, agility, ricerca dispersi. Ma la loro straordinaria duttilità non deve trarre in inganno: non tutti gli Olandesi sono uguali e non tutte le linee di sangue sono adatte a ogni impiego. Le linee da mondioring o KNPV sono state selezionate per il morso con una componente di reattività e combattività altissime. I soggetti provenienti da queste genealogie, se privati della possibilità di esprimere quelle doti, finiscono per vivere in una condizione di frustrazione cronica.

Un cane nato per affrontare il conflitto ha bisogno di farlo in modo disciplinato, di sperimentare la propria forza e di gestire la tensione. Se viene impiegato solo nella detection, dove la concentrazione olfattiva è tutto e la componente predatoria è ridotta, il suo equilibrio può incrinarsi. È come lasciare un atleta da combattimento fermo in panchina. Il corpo è pronto, la mente scalpita, la tensione cresce. A lungo andare, qualcosa si rompe.

Allenare la capacità di pensare in stato di over arousal è possibile offrendo al cane esperienze controllate che lo mettano alla prova: esercizi di morso, giochi predatori ad alta intensità, simulazioni dinamiche di conflitto. È in quei momenti che il cane impara a gestire la pressione e a ragionare sotto stimolo.

Per lavori come la detection, in contesti cittadini o con conduttori meno esperti, esistono alternative valide e più semplici. I Pastori Olandesi a pelo lungo, per esempio, mantengono straordinarie doti cognitive e olfattive, ma hanno temperamenti più morbidi, soglie di reattività più alte e una maggiore adattabilità ai contesti sociali. Sono cani altrettanto competenti, ma con un equilibrio più stabile e più facilmente gestibile. Anche questa è una forma di rispetto per il cane: scegliere non in base all’estetica o alla moda, ma alla funzione, alla compatibilità con il contesto e alla reale competenza del conduttore.

Amare una razza non significa esaltarla, ma conoscerla davvero. Significa rispettarne la potenza, accettarne le ombre, riconoscerne i limiti. I Pastori Olandesi non sono cani pericolosi, sono cani sinceri. Ti restituiscono esattamente ciò che dai. Se li costringi a vivere fuori contesto, se non offri loro canali di espressione coerenti con la loro natura, se li metti in mano a chi non sa leggerli, non puoi aspettarti equilibrio. Se la loro genetica dice “lavora, combatti, reagisci”, allora spetta a noi creare le condizioni perché possano farlo in modo sicuro e rispettoso.

La colpa non è mai del cane. È sempre dell’uomo che ha dimenticato di chiedersi non solo cosa il cane può fare, ma come deve essere per farlo bene. Un soggetto da morso può diventare un cane operativo affidabile e straordinario, ma solo se accompagnato da una gestione emotiva impeccabile e da un conduttore capace di leggere ogni dettaglio. La forza, da sola, non basta. Serve controllo, consapevolezza, esperienza, tempo.

La tragedia di Treviso non è un fulmine a ciel sereno, non è un episodio imprevedibile. È la conseguenza di un sistema che sceglie le linee di sangue più performanti senza considerare il contesto, che abbrevia i percorsi formativi e sottovaluta l’impatto della relazione. Dietro ogni cane operativo c’è un essere vivente, non un robot. E se quella relazione non è solida, se il cane non ha un canale di scarico coerente con le sue motivazioni primarie, il rischio è sempre dietro l’angolo.

Gli Olandesi possono fare tutto, ma non tutto ovunque. Possono essere eroi del soccorso, ma non soprammobili da città. Possono essere partner straordinari, ma solo se li rispetti per quello che sono. Amare un Pastore Olandese significa accettare la complessità, comprendere la tensione che lo attraversa e saperla guidare con equilibrio. Quando un Pastore Olandese sbaglia, è perché l’uomo lo ha tradito. E quando la cronaca lo racconta come “imprevedibile”, è perché noi, ancora una volta, non abbiamo voluto capirlo davvero.


🟠 Le 4 regole d’oro per chi lavora con un Pastore Olandese

Conosci la linea di sangue.
Prima di scegliere un soggetto, informati sulla selezione di origine. Difesa, sport, detection, show: ogni linea ha tratti diversi. La genetica non mente mai.

Costruisci la relazione prima del lavoro.
Senza un legame solido, nessun comando tiene. Il conduttore non è solo un tecnico, è un riferimento emotivo.

Allena il pensiero sotto arousal.
Il vero equilibrio nasce quando il cane sa ragionare anche nel picco emotivo. Questo si ottiene solo con lavoro mirato, non con la routine.

Offri sempre canali di espressione.
Un cane da morso usato solo per la detection è un motore da corsa fermo al semaforo: prima o poi scoppia. Dargli modo di “essere se stesso” non è un premio, è prevenzione.

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