Patentino per i cani: la vittoria del pregiudizio mai veramente debellato

Quando la legge riprende una favola sbagliata

La Regione Lombardia, con il suo progetto di legge sul patentino obbligatorio per alcune razze canine “pericolose” e per i meticci ad esse riconducibili, non ha soltanto acceso un dibattito di natura giuridica. Ha toccato corde culturali molto più profonde: quelle che riguardano il modo in cui noi, come società, immaginiamo il cane e il suo valore morale. Perché questa misura non dice soltanto: “istruiamo i proprietari a gestire meglio i cani”. Dice qualcosa di più: se il tuo cane ha un pedigree, parte con il beneficio del dubbio; se è un meticcio, parte con un marchio di sospetto. Ed è proprio qui che il diritto si intreccia con la letteratura, con la storia culturale, con l’immaginario popolare: da secoli, infatti, le storie di cani che raccontiamo riflettono un pregiudizio preciso: la “razza pura” come incarnazione del bene, la mescolanza come ombra del male.

Lilli e il Vagabondo: la favola dell’innocenza e della colpa

Chiunque ricorda Lilli e il Vagabondo. Lilli, la dolce cocker spaniel ( o un Cavalier?) di casa, vive in un mondo ovattato: coccole, cuscini, campanelli al collo. È l’incarnazione dell’ordine domestico e della purezza. Il Vagabondo, invece, è un meticcio randagio. Libero, certo, ma proprio per questo sospetto: vive per strada, mangia avanzi, fugge dai canili, conosce la legge della giungla urbana. La narrazione romantica lo riabilita: Tramp (Vagabondo) dimostra di avere un cuore grande, conquista Lilli, e infine trova anche lui un posto accanto al caminetto. Ma resta un fatto: la bontà di Lilli è presunta dalla sua nascita di razza; quella del Vagabondo deve essere guadagnata, dimostrata, conquistata contro il pregiudizio. Il messaggio sedimenta nell’immaginario: il cane di razza è naturalmente buono, il meticcio è un’incognita da maneggiare con cautela. Vi ricorda qualcosa?

Old Yeller: l’eroe meticcio che deve dimostrare tutto

Anche nella letteratura americana emerge lo stesso schema. In Old Yeller, il cane che dà il titolo al libro è un incrocio dall’origine incerta. All’inizio è accolto con diffidenza: non è “di buona razza”, non ha garanzie. Col tempo, però, si rivela un compagno coraggioso e leale, capace di proteggere la famiglia a costo della vita. Eppure, anche qui, la dinamica è evidente: il cane meticcio non riceve fiducia a priori. Deve conquistarsela giorno dopo giorno, con atti eroici. La bontà non gli è mai riconosciuta come dono d’origine.

I dingo e l’Australia: selvatico = cattivo

In Australia, i dingo hanno occupato un ruolo simbolico potentissimo. Per gli aborigeni erano animali sacri, compagni di vita, parte del paesaggio e della cultura. Per i coloni europei, invece, i dingo erano predatori da sterminare: cani impuri, non addomesticati, simbolo del selvatico da cancellare per fare spazio alle greggi. La narrazione coloniale ha dipinto il dingo come un nemico naturale, da abbattere con recinzioni e fucili. Un’immagine che riecheggia il destino delle popolazioni indigene: libere, non “certificate” dalla civiltà europea, e quindi considerate pericolose.

Il filo rosso: dalla letteratura alla legge

Questi racconti, dai cartoni Disney ai romanzi americani, fino alla letteratura australiana, hanno un tratto comune: il cane di razza pura è innocente fino a prova contraria, il cane meticcio è colpevole fino a prova contraria. La legge lombarda riprende questo schema e lo traduce in burocrazia: il pedigree diventa il lasciapassare per la bontà, il meticcio il bersaglio di un sospetto codificato. In altre parole, lo stereotipo culturale si fa norma.

Il concetto di “razza pura” nei cani nasce nell’Ottocento, lo stesso secolo in cui fioriva il razzismo scientifico umano. Catalogare, classificare, distinguere ciò che è puro da ciò che è misto: la logica è identica. Razza pura = affidabile, controllabile, moralmente buona. Meticcio = pericoloso, selvatico, moralmente dubbio. Questa visione, riflette lo stesso meccanismo con cui le società hanno discriminato popoli, culture, individui: chi non rientra in un registro, chi non ha un certificato di appartenenza, diventa sospetto.

Il paradosso del patentino discriminatorio

Il paradosso è evidente: una misura pensata per la sicurezza rischia di diventare una legge che punisce i cani senza pedigree e i loro proprietari. Chi adotta in canile, compiendo un gesto etico e sociale, si vede caricato di obblighi e sospetti. Chi compra da un allevatore riconosciuto, presumibilmente a caro prezzo, viene invece esentato. È un rovesciamento della logica: la sicurezza non dipende dal documento, ma dalla gestione, dall’educazione, dall’esperienza quotidiana.

Questa visione è pericolosa per diversi motivi:

  1. È falsa scientificamente
    Non esistono prove che un cane con pedigree sia meno pericoloso di un meticcio o di un cane di razza senza pedigree.
  2. È dannosa socialmente
    Penalizzare i meticci e, soprattutto, i similrazza significa scoraggiare le adozioni, aumentando il numero di cani abbandonati nei rifugi.
  3. È diseguale
    Favorisce chi ha soldi per comprare in allevamento, colpisce chi sceglie o può permettersi solo l’adozione.
  4. È simbolicamente tossica
    Rinforza il mito della purezza come garanzia morale e alimenta un razzismo sottile, che questa volta colpisce gli animali ma riecheggia logiche umane.

Il patentino in sé potrebbe avere un senso, ma solo se applicato a tutti i proprietari come percorso di crescita, non come marchio di discriminazione. La cultura cinofila si costruisce con formazione universitaria, con attenzione al comportamento del singolo individuo, con sostegno alle adozioni, con una narrazione nuova, che smetta di vedere nel meticcio un sospetto da riabilitare. Abbiamo bisogno di nuove narrative, di storie di Lilli e il Vagabondo rovesciate in cui non sia il pedigree/la pura razza a decidere chi è buono e chi è cattivo, ma i comportamenti concreti.

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