
Un incubo notturno nel giardino
“Caro Avvocato, le scrivo per condividere la mia storia e il mio dubbio di essere stato vittima di un’ingiustizia. Era il 3 novembre di diversi anni fa, mezzanotte in punto. Una notte come tante, tutto tranquillo o così credevo. All’improvviso, un trambusto infernale dal giardino… il mio povero Rex era alle prese con un ‘ospite’ indesiderato: il cane del mio vicino. I due si stavano azzuffando in modo furioso. Ovviamente, non ci ho pensato due volte: mi sono precipitato per dividerli, tentando disperatamente di porre fine a quel caos. Ed è lì che è successo. Un morso. Secco, doloroso, devastante. Ho sentito un dolore lancinante e, un attimo dopo, ho capito: la falange distale del secondo dito della mia mano sinistra era… sparita, amputata di netto.
Ho citato in giudizio il mio vicino, chiedendo un risarcimento di 5.000 euro. Il Tribunale di primo grado mi ha dato ragione condannandolo a risarcirmi. Ma la storia non finisce qui. In appello la Corte d’Appello di Roma ha ribaltato la sentenza. Hanno sostenuto che sì, ero stato morso, ma non era chiaro quale cane mi avesse morso. Il mio o il suo? E per questo, la mia domanda sarebbe infondata! Ora mi chiedo: è possibile che un’ingiustizia così lampante resti impunita? Chi ha scatenato il tutto non ha responsabilità se non si riesce a provare quale dei due cani ha materialmente inflitto il danno? “
Caro lettore,
la sua vicenda è purtroppo un esempio calzante di quanto la complessità del diritto possa talvolta scontrarsi con la semplicità della logica comune. Ma c’è una buona notizia: di recente la Corte di Cassazione è intervenuta con una chiarezza che, spero, le restituirà fiducia nella giustizia.
Il suo caso, e la decisione della Corte d’Appello, toccano un nervo scoperto del diritto: il nesso di causalità. In termini semplici, si tratta di stabilire una relazione diretta e inequivocabile tra una condotta (nel suo caso, l’introduzione del cane del vicino nel suo giardino) e un evento dannoso (il morso e la conseguente amputazione). La Corte d’Appello ha adottato una visione troppo “atomistica”, frammentando l’analisi e pretendendo una prova sul singolo autore del morso. Ma la Cassazione, con un’ordinanza del 2025, ha messo un punto fermo su questa interpretazione.
La Suprema Corte ha ribadito un principio fondamentale: l’introduzione del cane del vicino nel suo giardino, evento ch eha scatenato la zuffa, non è un antecedente remoto o irrilevante. Al contrario, è un antecedente prossimo e imprescindibile. Immagini una catena di eventi: il primo anello, quello che avvia tutto, è l’intrusione del cane. Se non fosse avvenuta, non ci sarebbe stata alcuna rissa e lei non si sarebbe trovato nella condizione di dover intervenire, né sarebbe stato morso.
La Cassazione ha chiarito che, nel contesto di una zuffa canina, la specifica azione dannosa di un singolo cane – il morso in sé – può essere considerata una causa sopravvenuta (cioè una causa successiva che da sola produce l’evento, spezzando la catena causale precedente) solo se è autonoma, eccezionale e atipica rispetto alla serie causale già in atto. In parole povere, se il morso fosse stato frutto di una reazione imprevedibile e completamente slegata dalla zuffa in corso, allora sì, si potrebbe discutere della sua provenienza. Ma nel suo caso, come nella maggior parte delle situazioni simili, il morso è l’esito diretto e prevedibile di una rissa violenta, innescata proprio dall’intrusione del cane altrui. Lei stava semplicemente cercando di proteggere il suo animale e la sua proprietà, intervenendo in una situazione di pericolo creata dal comportamento incauto del vicino.
La conclusione è chiara e lapidaria: se non emerge che il morso è stato un evento autonomo ed eccezionale (cosa molto difficile da dimostrare in un contesto di zuffa), allora l’azione del cane del vicino è da considerare la causa dell’evento dannoso. Questo significa che, nel caso di specie, diventa irrilevante accertare quale dei due cani abbia materialmente sferrato il morso. Ciò che conta è che lei stava cercando di porre fine a una zuffa causata dall’introduzione del cane estraneo nel suo giardino.
La Cassazione, dunque, ha corretto la rotta, riaffermando un principio di buon senso giuridico: la responsabilità ricade su chi ha dato il via alla serie causale pericolosa.
Spero che questa spiegazione le sia d’aiuto e le infonda nuova speranza per la prosecuzione della sua battaglia legale. La giustizia, seppur con i suoi tempi, spesso prevale!
