
Durante un’indagine notturna per un furto con scasso in Virginia, il tenente Patrick Sheridan e la sua Bloodhound Ally sono sono stati chiamati sulla scena del crimine. Grazie a una maglietta (testimone d’odore) rinvenuta nel punto dell’effrazione, Ally ha potuto acquisire l’odore del sospetto e iniziare il lavoro di discriminazione. Dopo aver seguito una lunga pista olfattiva, in un ambiente complesso e privo di punti di riferimento visivi, il cane ha condotto il conduttore fino a un campo di fieno, dove il sospettato si era nascosto. L’arresto dell’uomo ha consentito il recupero di centinaia di oggetti rubati.
Questo episodio rappresenta uno dei tanti interventi risolutivi condotti – soprattutto negli Stati Uniti – grazie al lavoro di un cane da pista di razza Bloodhound. La razza, selezionata per secoli con l’obiettivo specifico della ricerca olfattiva su lunga distanza, rappresenta oggi un riferimento unico nella cinofilia operativa. Con oltre 300 milioni di recettori olfattivi, il Bloodhound è in grado non solo di distinguere l’odore individuale di una persona, ma anche di isolarlo e seguirlo per chilometri, anche in presenza di contaminazioni ambientali o in contesti urbani. La conformazione fisica – dalle orecchie pendenti alle pliche di pelle sul muso, fino all’abbondante produzione di saliva – contribuisce a incanalare e trattenere le particelle odorose, rendendo il lavoro del cane ancora più efficace.

Dal punto di vista cinotecnico, si tratta di un cane che lavora in modo autonomo e con una capacità decisionale spiccata, caratteristiche che impongono al conduttore un alto livello di esperienza. Il binomio deve essere costruito su una comunicazione sottile, basata sulla capacità del conduttore di leggere il comportamento del cane, sulla conoscenza dell’individualità del cane e sul rispetto della sue immense capacità olfattive.
In numerosi ordinamenti giuridici statunitensi, la traccia seguita da un cane da mantrailing può essere ammessa come prova nel procedimento penale. Tuttavia, l’utilizzo di questo tipo di evidenza è sottoposto a criteri molto stringenti: il cane deve essere un Bloodhound di razza pura, con documentazione ufficiale di registrazione; deve essere sottoposto a regolari sessioni di addestramento e mantenere registri certificati delle prove effettuate; il conduttore deve dimostrare competenza e continuità nel lavoro con l’animale. In ogni caso, la pista seguita dal cane non può essere considerata probante in via esclusiva: è sempre necessario il supporto di altri elementi di riscontro.
Il caso di Ally che vi ho raccontato è emblematico. Dal 2019, questa Bloodhound ha partecipato a oltre 250 operazioni, contribuendo al ritrovamento di minori scomparsi, persone affette da Alzheimer e altri umani in difficoltà. Parallelamente, Ally viene impiegata anche in progetti di sensibilizzazione e interventi assistiti, in particolare con bambini con bisogni educativi speciali, dimostrando come l’impiego di un cane da lavoro possa avere anche un impatto sociale rilevante.
Ma i Bloodhound non sono utilizzati solo per il mantrailing. Meno noto, ma di crescente interesse anche in ambito europeo, è l’uso del potente olfatto di questi cani nello scent matching. A differenza del mantrailing, il scent matching non si basa sulla ricostruzione di un percorso seguito da un soggetto, ma sull’identificazione di una corrispondenza tra odori. Il cane riceve un odore di riferimento – ad esempio prelevato da un oggetto o dalla scena del crimine – e deve riconoscerlo confrontandolo con altri odori provenienti da altri soggetti, in una prova strutturata in modo simile a un line-up visivo per gli umani, ma su base olfattiva. Si tratta dunque di un test statico e comparativo, in cui l’animale non ricerca nello spazio, ma segnala l’eventuale corrispondenza tra fonti odorose. Le implicazioni probatorie sono diverse: se nel mantrailing il focus è sulla ricostruzione del movimento del soggetto, nello scent matching l’obiettivo è accertare un legame diretto tra una persona e una traccia olfattiva. L’utilizzo del Bloodhound in entrambi i contesti – per la sua predisposizione a discriminare odori umani con elevata sensibilità – ha contribuito a sviluppare standard operativi rigorosi, oggi oggetto di valutazione anche nei tribunali.
L’ammissione della “scent evidence” nel processo penale – vale a dire la prova fondata sulla discriminazione olfattiva da parte del cane – rappresenta un’interessante frontiera tra scienza forense, etologia applicata e diritto. È una tipologia di prova viva, in cui l’espressività comportamentale del cane si intreccia con le competenze tecniche dell’uomo. Proprio per questo, richiede una rigorosa tracciabilità dell’addestramento, una gestione corretta del “testimone d’odore” e un contesto procedurale ben normato.
Conoscere approfonditamente questi aspetti significa per il giurista comprendere una modalità di indagine che, se ben documentata, può assumere dignità probatoria. Per il cinofilo operativo, significa invece lavorare con responsabilità, consapevole che ogni scelta sul campo – dal corretto approccio al testimone d’odore fino alla lettura del cane in pista – può avere riflessi concreti su una persona e sull’esito di un processo.
Non è stato scritto molto sulla valenza probatoria degli accertamenti condotti con l’ausilio dei cani da lavoro…. stiamo studiando! A breve approfondiremo il tema della “scent evidence” dal punto di vista del diritto penale e della cinofilia operativa, per capire quando e come il fiuto del cane può diventare parte integrante della prova processuale… Come sempre STAY TUNED!
