Quer pasticciaccio brutto delle professioni cinofile

Da tempo cerco si evidenziare quanto la mancata regolamentazione delle professioni cinofile ponga seri rischi non solo per la tutela degli animali ma anche delle persone che condividono la vita con gli animali e che affidano il loro benessere (e il loro portafoglio) a professionisti improvvisati.

Per questo al convegno che abbiamo organizzato a Roma (vedi qui) ho scelto di affrontare il tema delle professioni cinofile. Un tema che secondo me pone delicatissimi profili di tutela delle famiglie che convivono con gli animali, che non hanno strumenti per capire in quali mani si mettono, degli animali stessi, che rischiano di essere maltrattati da incompetenti, ma anche dei tanti giovani che, per passione si avvicinano a questo mondo, e vengono trattati come limoni da spremere. Eh sì i corsi per educatori cinofili possono arrivare a costare anche 4000 euro, per dare cosa in cambio? siamo sicuri che sia reale formazione?

Ma non divaghiamo. Volevo riportare qui in estrema sintesi il mio intervento di oggi, per chi, per questioni geografiche o lavorative non ha potuto partecipare.

Negli ultimi anni, in Italia, il numero di cani e gatti ha superato i 20 milioni. Questo dato non è solo un segno dell’amore crescente degli italiani per gli animali da compagnia, ma rappresenta anche un cambiamento profondo nel modo in cui si vive la relazione con loro. Di pari passo, si è sviluppato un vero e proprio universo professionale: educatori, istruttori, addestratori, cinotecnici… figure sempre più presenti nella quotidianità di chi ha un cane, ma che, nonostante la loro diffusione, restano in larga parte prive di un pieno riconoscimento normativo e istituzionale. Secondo le stime dell’UNI, oggi si contano in Italia oltre 35.000 professionisti cinofili, escludendo i medici veterinari. Un numero importante, che testimonia quanto il settore sia in crescita. Tuttavia, a fronte di questa espansione, mancano strumenti fondamentali come registri ufficiali o un sistema univoco di accreditamento. Il risultato? Chi si rivolge a questi operatori spesso non ha modo di verificarne le competenze in modo oggettivo.

La normativa di riferimento – la Legge 4/2013 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi – stabilisce alcuni requisiti minimi per le attività di tipo intellettuale, ma lascia ampio spazio alla libera iniziativa. In assenza di un albo professionale, non esistono controlli sistematici né criteri uniformi per la formazione, e i servizi offerti risultano disomogenei, con evidenti criticità.

Fa parzialmente eccezione il caso dell’ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiana), che opera anche con poteri pubblicistici e gestisce un Registro degli Addestratori. Questo registro è disciplinato da un regolamento approvato con decreto ministeriale nel 2013 e prevede: requisiti per l’accesso alla professione (tra i quali, per quanto ovvio, non avere condanne per maltrattamento o abbandono di animali), un percorso formativo ben definito (100 ore di teoria, 50 ore di pratica), un esame finale gestito da una commissione ENCI, l’obbligo di formazione continua, il rispetto di un codice deontologico e l’utilizzo esclusivo del rinforzo positivo. Si tratta di un sistema più strutturato, ma privo di un reale enforcement: di fatto nessuno controlla il rispetto sostanziale di queste regole.

Un ulteriore livello di complessità è rappresentato dalle normative regionali. Alcune Regioni – tra cui Piemonte, Campania, Puglia, Lazio e Friuli Venezia Giulia – hanno emanato leggi che riconoscono specifiche qualifiche per operare nei canili, nei rifugi o nei centri di addestramento. Tuttavia, ogni Regione ha scelto criteri differenti, contribuendo a un quadro normativo frammentato e spesso contraddittorio. Il risultato è un sistema a macchia di leopardo, che alimenta confusione e incertezza, sia per i professionisti che per i cittadini.

Chi lavora con i cani si assume responsabilità importanti, non solo in termini pratici, ma anche sotto il profilo legale e deontologico. Eppure, in mancanza di un albo e di un sistema disciplinare strutturato, diventa difficile garantire standard minimi e tutelare realmente utenti e animali. Le prestazioni professionali in ambito cinofilo sono spesso regolate da contratti atipici, e la responsabilità dell’operatore è “a contenuto variabile”, come spesso definito in ambito giuridico, ovvero da valutare caso per caso. Questo approccio, se da un lato consente flessibilità, dall’altro rende difficile definire in modo chiaro i doveri professionali e le responsabilità in caso di errore o danno.

Il sistema attuale, fondato sull’autoregolamentazione, non offre sufficienti garanzie né per i clienti, né per gli stessi operatori. Le tariffe sono molto variabili, i controlli quasi assenti, e chi si affida a un professionista cinofilo spesso non ha strumenti per capire se ha davanti una figura qualificata o meno.

Qualche segnale positivo all’orizzonte c’è. La recente modifica dell’articolo 9 della Costituzione italiana – che riconosce gli animali come esseri senzienti e ne tutela i diritti – rappresenta un cambiamento culturale importante, e potrebbe aprire nuove prospettive anche per il riconoscimento delle professioni che si occupano del loro benessere. In un settore in cui sono in gioco la sicurezza delle persone e il benessere degli animali, non si può più lasciare spazio all’improvvisazione. Servono trasparenza, formazione , responsabilità chiare e CONTROLLI!!!

È tempo di fare chiarezza e di riconoscere, finalmente, il valore e la complessità delle professioni cinofile.

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