
Oggi ho ricevuto una mail che mi ha toccato profondamente e mi ha fatto riflettere a lungo. Una famiglia mi ha raccontato la sua storia. Una storia di amore, fatica, paura e infine di rinuncia.
Mi hanno scritto così:
Cari icanifelici,
ti scriviamo con il cuore pesante e le parole difficili da trovare.
Oggi abbiamo consegnato il nostro cane, Thor, al canile sanitario. È un pastore tedesco giovane, intelligente e pieno di energia, e sì… ha morso. Due volte. Non gravi, ma abbastanza da spaventarci. Abbastanza da farci capire che non ce la facevamo più. Quando lo abbiamo adottato, eravamo pieni di entusiasmo. Pensavamo che con tanto amore e qualche passeggiata al giorno avremmo avuto un compagno perfetto. E in parte è stato così: Thor è stato dolce con i bambini, ha dormito accanto a nostra figlia quando aveva la febbre, ha fatto la guardia alla nostra casa.
Ma poi sono arrivati i problemi. Abbaiava a tutti, non accettava gli ospiti. Ha morso . Abbiamo contattato un educatore. Poi un altro. Abbiamo seguito un percorso. Abbiamo usato la museruola, il guinzaglio corto, il collare a strozzo, abbiamo evitato il parco. Abbiamo recintato meglio il giardino. Abbiamo anche fatto valutare Thor da una comportamentalista, che ci ha detto che è un cane ‘reattivo, poco adatto a contesti cittadini e familiari’. Abbiamo pianto. Abbiamo discusso. Abbiamo chiesto consiglio a chiunque. Ma la verità è che vivevamo tutti nella paura. E la paura logora l’amore. E Thor lo sentiva. Abbiamo scelto di rinunciare per il suo bene, prima che accadesse qualcosa di irreparabile. Lo abbiamo consegnato con una relazione veterinaria, una cartella piena di appunti e di foto. E mille scuse che non bastano. Ora circolano voci che il sindaco, sulla base della nostra rinuncia, voglia impedire alla nostra famiglia di adottare altri animali, così come è successo di recente in Friuli Venezia Giulia come abbiamo letto sui social. Ci sentiamo giudicati, come se fossimo dei criminali, quando tutto quello che volevamo era fare la cosa giusta. Ti scriviamo perché tu possa ascoltarci, senza condannarci. E magari perché tu possa far capire ad altri che a volte, purtroppo, l’amore non basta.
Laura, Matteo e la piccola Giulia
Questa lettera non è una giustificazione. È una confessione. E come tale merita rispetto.
Non tutto è bianco o nero
Nel mondo della cinofilia – soprattutto quello più esposto, quello dei social – sembra che ci siano solo due categorie: i “bravi bipedi”, che non mollano mai, e i “cattivi”, che abbandonano. Eppure tra questi due estremi esiste un mare di sfumature. C’è chi ci prova, ci riprova, e infine prende una decisione difficile non per egoismo, ma perché quella è l’unica scelta responsabile possibile. La rinuncia al proprio cane – soprattutto se aggressivo o mordace – dovrebbe essere l’ultima spiaggia. Ma quando è fatta dopo aver percorso tutte le strade, con trasparenza, con documentazione, con la consapevolezza di ciò che si lascia e di ciò che si evita… allora è un atto serio. Grave, certo. Ma non da giudicare.
Razze, contesti e aspettative: un delicato bilanciamento
Thor è un pastore tedesco da lavoro. Un cane nato per stare in movimento, per fare, per proteggere, per reagire. Non è un cane “facile”. Non è per tutti. Ma questa verità scomoda viene spesso taciuta nei canili, nei siti di adozioni online, nei gruppi di appassionati. Si racconta che “l’amore basta”. Che “con il cuore si fa tutto”.
No, non basta. Non sempre. Ci sono razze che non si adattano alla vita in famiglia, o in città, o tra bambini. Questo non vuol dire che siano razze “cattive”, ma che hanno esigenze etologiche specifiche. Continuare a ignorarlo, a semplificare, a forzare binomi inadatti, porta a storie come quella di Laura, Matteo e Giulia. E a cani come Thor, che da vittime diventano un problema pubblico.
Il divieto di adozione: misura utile o punizione?
La parte più dolorosa della lettera riguarda ciò che è accaduto dopo. Si dice che il sindaco del Comune in cui risiede la famiglia starebbe valutando un’ordinanza di divieto di adozione di altri animali domestici. Una misura già vista in altri territori, come nel Friuli-Venezia Giulia, ma che, secondo me andrebbe calibrata con estrema attenzione.
È sicuramente giusto impedire a chi ha maltrattato, trascurato, abbandonato volontariamente di ripetere certi comportamenti. Ma si può dire lo stesso di chi ha tentato tutto il possibile?
È giusto creare una “lista nera” di rinunciatori che non distingue tra chi rinuncia per irresponsabilità e chi lo fa con fatica, per il bene del cane? Una norma valida per tutte le razze, per tutti i casi, rischia di essere più una risposta emotiva, populista, che una misura efficace.
Morale? Ce n’è più di una
Questa storia non ha una sola morale. Ce ne sono almeno tre:
- L’amore per un cane si dimostra anche nel momento in cui scegliamo ciò che è meglio per lui, anche se ci spezza il cuore.
- La selezione delle razze, la valutazione dei contesti familiari e l’educazione non sono optional. Sono strumenti di prevenzione, non di giudizio.
- Le ordinanze sindacali devono tutelare il benessere animale e la sicurezza pubblica, ma anche riconoscere la complessità dei casi individuali. Non tutto è punibile. A volte, è solo dolorosamente umano.
Concludendo
Se lavoriamo davvero per il benessere del cane, dobbiamo accettare che non tutte le adozioni funzionano. Che non tutte le famiglie sono pronte per tutti i cani. E che la rinuncia, quando è consapevole e documentata, non è un fallimento morale, ma un’ultima scelta responsabile.
A Laura, Matteo e Giulia dico: non siete soli, e spero che un giorno la vostra esperienza possa servire ad altri per fare scelte più consapevoli, fin dall’inizio.
E a chi commenta semplicisticamente ordinanze di questo tipo e le saluta come fossero un importante passo avanti, ricordo che dietro ogni rinuncia c’è una storia, e che generalizzare non tutela nessuno. Nemmeno i cani.
