La più grande forza dei totalitari non consiste tanto nel far commettere il male, quanto nel poter corrompere il giudizio
Hannah Arendt

Che titolo pesante. Il mondo dei cani e di coloro che amano trascorrere il tempo in loro compagnia dovrebbe essere allegro, fatto prevalentemente di consapevolezza delle cose belle e vere della vita. Potrebbe essere così ma non lo è sempre. Il mondo dei cinofili è fatto anche da sette dogmatiche che pretendono di avere l’unica verità di come si DEVE interagire con i cani.
Da un lato c’è chi pensa che i cani devono essere lasciati liberi di fare i cani e di vivere la loro vita nel modo che preferiscono, lontani da ogni vincolo e da ogni limitazione. Se gli insegni un seduto o, addirittura, vuoi che svolgano un’attività sportiva o utile con te, li stai snaturando e trasformando in tuoi schiavi. Dall’altra parte, invece, c’è chi sostiene che il cane va sempre “gestito”, deve rispettarti in quanto l’uomo è l’essere superiore, deve ubbidire ad ogni tuo comando e volontà, pena il rischio gravissimo e temibile di una scalata gerarchica al potere familiare…
Si tratta di una evidente polarizzazione di due correnti di pensiero. Richiamano alla memoria vecchie diatribe su come vadano educati i bambini: da un lato i Montessoriani, dall’altro quelli che ritenevano che i figli si educano a “mazze e panelle”. E fin qui nulla di nuovo sotto il sole. Quello che invece per me rappresenta una novità assoluta è l’acrimonia con cui le due sette si confrontano in ambito cinofilo. Mi è infatti capitato di trovarmi in contesti in cui sono stata etichettata come rappresentante della fazione avversa, venuta a spiare come “lavorano” i nemici per contestarli dall’interno.
E’ stata un’esperienza illuminante, ma sorprendentemente faticosa dal punto di vista emotivo. Faticosa anche perchè inaspettata. Un esempio per tutti. Qualche tempo fa ho ingenuamente deciso di partecipare ad una giornata di allenamenti cinofili guidata da un anziano professionista della vecchia scuola, di quelli che ritengono che il cane vada in primis gestito e poi addestrato. Il contesto sembrava simpatico, persone alle prime armi, tutto sommato accoglienti, e canetti abbastanza sereni. L’anziano allenatore si è mostrato da subito molto restio al confronto, sfuggente alle domande e promotore di un’atmosfera da militari di una volta. Come sempre, dal canto mio, ho tentato un approccio curioso e critico, provando a fare domande. La mia colpa è stata quella di manifestare, anche se non apertamente, un atteggiamento che metteva in discussione dogmi semplicistici e metodiche di allenamento antiquate.
Alle mie domande la reazione è stata il rifugiarsi nell’aggressione: agli stage si va per ascoltare e non per fare domande (quasi come ad una messa cantata, insomma). E di seguito il tipo ha continuato a inveire, ritenendo erroneamente che non fossi più a portata di orecchio, sostenendo che le persone come me (che fanno e si fanno domande) sono la rovina della cinofilia… e fin qui sarebbe stata anche una situazione parecchio comica. Davvero sorprendente è stata invece la reazione delle persone presenti. Le miti signore, che fino a un secondo prima conversavano amabilmente con me vantando le qualità dei loro cagnolini, si sono trasformate in furie vendicatrici dell’onore leso del loro guru del momento.
Tutti i presenti si sono riuniti in un gruppo coeso per far fronte all’elemento estraneo, portatore di un’idea diversa che minava alle radici le loro convinzioni. E qui si potrebbe pensare che io abbia aggredito il loro beneamato maestro o in qualche modo ne abbia attentato alla credibilità. Tutto il contrario. E’ stata la sua pochezza a manifestarsi da sola con la sua goffa e inappropriata reazione aggressiva alle mie domande. Come il biblico gigante con i piedi di argilla la sua apparente leadership è comicamente crollata alla prima difficoltà. E forse proprio perchè la situazione era così irrimediabilmente ridicola, il gruppo si è raccolto con ancora maggiore veemenza.
“Quando le persone si identificano con un gruppo, sviluppano una percezione di appartenenza che fornisce loro un senso di distinzione positiva rispetto agli altri . Questo atteggiamento di appartenenza sociale diventa parte del loro concetto di sé e contribuisce alla formazione dell’identità sociale.”
H. Tajfel e J.C. Turner
La reazione del gruppo mi ha ricordato un famosissimo esperimento condotto da Stanley Milgram negli anni ’60 sulla tendenza degli esseri umani a seguire gli ordini autoritari, anche se ciò significa infliggere danni agli altri. Nell’esperimento, i partecipanti venivano spinti a somministrare scosse elettriche sempre più forti a un individuo (in realtà un attore) ogni volta che commetteva un errore nel rispondere ad alcune domande. Nonostante le manifestazioni di dolore, molti partecipanti proseguivano nell’applicare le scosse perché venivano incoraggiati da chi guidava l’esperimento. Da qui la dimostrazione della propensione delle persone a seguire le istruzioni di una figura di autorità, anche quando ciò significa comportarsi in modo contrario alla propria indole o alle proprie convinzioni personali. Nel mio caso questa propensione si è tradotta nel repentino cambio di atteggiamento nei miei confronti delle persone partecipanti alla giornata, anche quelle apparentemente più innocue.
Qual è la lezione che ho appreso da questa spiacevole, ma per fortuna breve, esperienza? La necessità di farsi sempre questa domanda: le azioni che compio e i comportamenti che accetto sono coerenti con le mie profonde convinzioni su ciò che è giusto o sbagliato? E qui arrivo al punto che mi interessa. Se porto il mio cane da un educatore o da un esperto di cinofilia per avere consigli su come educarlo o fargli fare un’attività sportiva, mantengo sempre la lucidità di giudizio che mi consente di valutare se il contesto è giusto per il mio cane o sto invece accettando – per costrizioni sociali – qualcosa che non dovrei accettare ?

Ho spesso visto cani sottoposti a trattamenti crudeli e i loro compagni bipedi inerti e silenziosi, incapaci di reagire per la paura di essere estromessi dal gruppo o per la condizione di sudditanza che la situazione aveva generato. Dobbiamo stare molto attenti a questo meccanismo automatico che a volte scatta in tutti gli animali altamente sociali, umani compresi. Avete mai visto il branchetto di cani nel parco che si getta all’attacco del nuovo arrivato? Ecco il meccanismo è quello: per istinto cerchiamo di evitare di ricoprire il ruolo dell’elemento estraneo, dissonante, nemico del gruppo… facciamo attenzione!
E soprattutto facciamo e facciamoci sempre tante domande anche a costo di essere aggrediti, rifiutati e isolati da comunità dalle quali, tutto sommato, dobbiamo solo scappare a gambe levate!!!
