
Basta guardare lo sguardo dolce del cane in foto per convincersi: i cani ci amano. La lettura di questo libro mi ha aiutato a superare quella leggera sensazione di disagio che provo in presenza di quelle persone, ben più serie, posate e… ciniche di me, che sostengono che i cani sono opportunisti, si aspettano da noi cibo e riparo e quindi il loro non è vero amore disinteressato. A prescindere dal fatto che sfiderei chiunque (che sia mediamente psichicamente equilibrato) ad amare qualcuno che non porti qualcosa di positivo nella nostra vita (siamo opportunisti anche noi…), io non ho mai creduto che i cani ci cercassero solo con finalità utilitaristiche. E finalmente in questo libro ne ho trovato la conferma scientifica!
Anche questo è un libro al confine tra divulgazione e scienza. Ci sono moltissimi riferimenti interessanti a studi recenti e chi lo desidera ha quindi la possibilità di risalire alle fonti, se l’obiettivo della lettura non è solo di svago. Rispetto al libro del prof. Hare, che ho recensito nel mio precedente articolo, questo a mio parere è più completo, convincente e piacevole da leggere. Psicologi battono antropologi 1 a 0. Ma è una mia opinione personale.
Fondamentalmente l’autore utilizza il lavoro di psicologi comportamentalisti, biologi e genetisti (!) per dimostrare che quello che ha portato umani e cani ad avvicinarsi è la capacità del cane di amare e cioè di creare legami significativi con l’uomo. Il comportamento, i neurotrasmettitori nel cervello e il DNA del cane mostrano segnali univocamente interpretabili come una predisposizione di specie all’amore….bellissimo no?
Vale la pena di riportare alcuni brani del libro. La traduzione è mia, quindi non fa fede 😜
” …Riusciamo a vedere nei geni del cane segnali inequivocabili della loro predisposizione ad amarci. Possiamo seguire questi segnali e vedere come si manifestino negli ormoni, nella struttura del cervello, e come si traducano nei cuori dei cani e dei loro umani che battono all’unisono quando si incontrano, e ancora come si esprimano nella felicità che il cane mostra quando sta con le persone che ama e nel disagio che l’assale quando ne viene separato, o infine come si rendano concreti quando molti cani dimostrano di preferire la compagnia del padrone anche al cibo o quando cercano di aiutarlo se in difficoltà. A tutti questi livelli di analisi, negli studi di ricercatori indipendenti sparsi in ogni angolo del pianeta, emerge con chiarezza sempre lo stesso messaggio: l’essenza ultima del cane è l’amore. La capacità di amare del cane, a sua volta, è ciò che lo rende eccezionale, insostituibile e perfetto compagno per l’uomo. Questa capacità distingue il cane da ogni altro animale sulla terra, incluso il suo parente più prossimo il lupo…”
E’ anche interessante leggere come la capacità del cane di amare e il potenziale oggetto del suo amore (compagno umano o gli umani in generale) siano fortemente influenzati dal corredo genetico e quindi dalla razza. Questo è abbastanza intuitivo per chi conosce un pò le caratteristiche delle diverse razze. Non mi posso aspettare che il cane primitivo mi ami come mi può amare il mio labrador, o uno shiba inu mi faccia le feste come un malinois. Quello che mi chiedo è se dietro questi comportamenti diversi, queste manifestazioni esteriori ci sia effettivamente un legame meno intenso… per l’idea che mi sono fatta finora, leggendo tutte queste pubblicazioni, è sì, probabilmente è così. La capacità di legarsi ad un umano e soltanto ad uno (oa ad una cerchia familiare ristretta) dipende anche dalla razza: quindi se voglio un cane colla è meglio che mi oriento verso labrador o… pastori olandesi ❤️ … sì lo so sono sempre di parte ma io non ho mai visto un cane così colloso come i mie due pastorelli… con la famiglia principalmente.
Attenzione, però, come sempre si fa un discorso di massima. Il cane è prima di tutto un individuo, se quindi essere un labrador comporta una maggiore probabilità di costruire un forte legame, questo non significa necessariamente che il mio labrador si legherà a me più del mio shiba. L’individualità conta, eccome se conta! Essere troppo radicali significa essere prevenuti e anche con i cani è sempre meglio evitare preconcetti, nel bene e nel male. Ricorderò sempre la sensazione di sollievo che ho provato al vedere un tenero labrador giallo sdraiato su un divano pinzare con severità il gluteo dell’umana, sua vicina di seduta, che aveva osato alzarsi senza permesso… 🙂
Questa maggiore facilità di legarsi all’uomo in generale e non al singolo individuo, questa minore fedeltà, se me lo consentite, di labrador e retriever in generale viene sfruttata da chi utilizza queste razze per scopi sociali.
Durante i miei studi ho avuto modo di conoscere diverse realtà che si occupano di addestrare cani per non vedenti. Ecco proprio facendo leva su questa caratteristica di minor legame univoco, il protocollo addestrativo dei cani selezionati per questi scopi prevede che nel primo anno di vita siano affidati ad una famiglia e non all’ “utente” finale. Il motivo di questa scelta è consentire al cane di essere ben socializzato con il mondo esterno e con i vari stimoli prima di essere definitivamente assegnato ai suoi compiti. Il non vedente infatti potrebbe non essere in grado di offrire le opportunità di incontro con il mondo che una famiglia può, invece, favorire. Ne parleremo più avanti: io non sono affatto d’accordo. Il fatto è che dal programma addestrativo escono molto facilmente tutti i cani di tipo lupoide, perchè nei primi dodici mesi della loro vita sviluppano un attaccamento per il proprio umano di riferimento che è difficilmente replicabile successivamente con un altro umano. Questo li rende meno adatti per un protocollo addestrativo costruito in questo modo. E allora si preferiscono labrador, golden e cani da caccia in generale. Che sono disposti ad amare tutti, sempre comunque e allo stesso modo. Ma sarà vero? io non lo so! Amici labradoristi voi che ne dite?

L’ha ripubblicato su Noi e i cani.
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